LA Corte d’Appello di Roma, nonostante la requisitoria del Procuratore Generale, dr. Mario Remus, le reiterate richieste della parte civile, la madre, la sorella e lo zio della infelice Anna Toracchi, uccisa misteriosamente nel Carcere di Civitavecchia e malgrado tutte le prove che non si era trattato di un omicidio colposo, ma di qualcosa di diverso e di orrendo, non se l’è sentita di andare fino in fondo nella scoperta della verità che sembrava a portata di mano (e lo era), ha preferito chiudere frettolosamente il processo, rinunciare alla riapertura dell’istruttoria (già disposta!) e condannare al risarcimento del danno il Ministero della Giustizia ed alcuni funzionari ed agenti del carcere.

Noi ci eravamo battuti per la riapertura dell’istruttoria e questa era in corso con la convocazione del dr. De Gior- gio, il perito settore che aveva eseguito l’autopsia sul cor- po della povera ragazza riscontrando i segni di «una fune», cioè di una corda usata per strozzarla, che non poteva certo confondersi -come ha affermato la sentenza di primo grado che ora quella d’appello assurdamente vuole confermare - con un paio di slip che furono fatti trovare nel luogo del delitto accanto al corpo esamine di Anna Toracchi.