NEL CORSO Degli ultimi mesi abbiamo condotto una campagna di stampa e di opinione contro il proposito governativo di fare assorbire il Monte dei Paschi di Siena da parte della banca Unicredit. I lettori hanno ben compreso che questi nostri propositi erano in perfetta sintonia con gli interessi dei residui azionisti privati di Mps (che ci hanno rimesso il 99% del loro investimen- to iniziale) e di tutti i contribuenti italiani che hanno pagato con le imposte la quota azionaria dello Stato del 68% perché essa, ovviamente, è costituita da danaro pubblico, cioè di tutti noi.

atto che, finalmente, il Governo si è reso conto della impraticabilità della soluzione Unicredit. In effetti è difficile ricordare un caso più eclatante di arroganza economica. La banca sapeva benissimo che lo Stato, secondo gli impegni presi con Bruxelles, avrebbe do- vuto uscire da Mps entro il 31 dicembre di quest’anno e che era riluttante a chiedere proroghe. Giocava perciò sul velluto con richieste sempre più pressanti e sempre meno accettabili.

Non si trattava tanto di un dono, che si faceva a Unicredit, della più antica banca del mondo; il Mps, cui marchio da solo rappresentava un notevole valore, ma di un regalo con l’aggiunta di un premio no- tevole per Unicredit. Quest’ultima intendeva acquisire Mps a costo zero, ma con l’aggiunta dell’impegno di realizzare un aumento di capitale di circa 3 miliardi che avrebbe dovuto essere sottoscritto dagli azionisti ormai esangui perché derubati di 8.200.000.000 di euro, e dallo Stato, con l’aggiunta di un bonus fiscale di 5 mi- liardi e con una drastica riduzione del personale.